Ogni giorno è un ricordo….

 

In ricordo di un amico che è volato via. Lo so che da lassù mi stai proteggendo…..

THE ZEN CIRCUS- L’ANIMA NON CONTA 

https://www.youtube.com/watch?v=TtLcvqCCXBI&list=RDTtLcvqCCXBI#t=3

Mesi di silenzio voluto e pensato. Silenzio dal mondo e silenzio da me. A volte si ha solo voglia di mettere tutto tra parentesi per un pò e di non pensare a niente.

Come metabolizzare la perdita di una persona cara? Conta il ricordo? cosa resta di tutto quello che c’è stato? Basterebbe rivedersi una volta sola e dirsi le cose che non sono state dette, abbracciarsi, respirare ognuno l’odore dell’altro, invece ogni perdita è improvvisa, non si è mai preparati.

Io da quel fatidico 26 agosto 2011 ho avuto modo di riflettere parecchio sulla mia morte e, nonostante tutto, non ho ancora detto alle persone care quanto io le ami, non ho ancora chiarito sentimenti, emozioni, fraintendimenti. Ho scritto un pò di frasi sparse qua e là ma niente che possa lasciare un ricordo chiaro di me, niente che possa spiegare tante cose, niente capace di esprimere tutto quello che ho dentro: i miei sentimenti ma soprattutto le mie idee, i pensieri che ho fatto, le riflessioni maturate da certe esperienze.

Si sta poco a dire ad una persona che le vogliamo bene, che la amiamo, ma sappiamo che queste poche parole non bastano ad esprimere, davvero e fino in fondo, la natura del nostro sentimento. Poi, al di là dei sentimenti, io sento la necessità di scrivere di me e di come i miei ideali di vita siano la sola cosa che mi resti, la sola cosa che resterebbe a chiunque….Pensateci bene: alla fine di tutto cosa conta se non l’amore per i nostri cari e le idee che ci hanno tenuto in vita, gli ideali che ci hanno forgiato la mente nel corso di tutta la nostra esistenza? Nell’era della “modernità liquida”, citando il grande Bauman, abbiamo perso la capacità di pensare, di essere consapevoli dell’importanza che il pensiero e la riflessione hanno avuto nel corso della storia. L’umanità ha fatto passi avanti e anche molti errori ma tutto ciò che c’è di positivo, tutta l’innovazione, tutti i traguardi e le vittorie dell’essere umano derivano dal pensiero, dalla nostra capacità di pensare. Qualcuno forse riderebbe e direbbe che è banale e scontato quello che sto scrivendo, invece io dico che non  lo è. Proviamo a pensare all’ultima volta in cui ci siamo fermati e abbiamo respirato a fondo, ci siamo guardati intorno con spirito osservatore, abbiamo ignorato il cellulare, e abbiamo raccolto i pensieri con calma e tranquillità…..L’attività del pensiero non è qualcosa di meccanico, richiede determinazione, costanza e pratica e in questo i filosofi antichi ci battono alla grande. Manca lo spazio per pensare, manca la capacità di creare una pausa, una dilazione….è tutto troppo veloce.

Questi sono pensieri maturati nel corso degli ultimi mesi in cui sono accadute molte cose: sono stati mesi di intervallo dagli ospedali e dai medici e nel corso di questo periodo ho dovuto scontrarmi faccia a faccia con la morte e con la perdita. Ironicamente direi “che sfiga! Proprio durante i mesi di libertà dai medici!”.

….Scherzi a parte……

Tutti noi sentiamo il bisogno di comprensione e assoluzione da parte dei nostri cari. La verità è che, per quanto si sia preparati, la morte è sempre e comunque improvvisa, anche se si muore di malattia e se i medici ci hanno preparato, ci hanno avvisato, ci hanno spiegato il decorso della malattia, il lento e inesorabile “lasciarsi andare” del corpo. Morire di tumore significa spegnersi piano piano, probabilmente chi lo vive su di sé si lascia andare sempre di più, magari è come addormentarsi, è simile al torpore che precede il sonno profondo. La sofferenza più grande, a mio avviso, è per chi assiste, per chi resta col vuoto della perdita.

Ho perso due persone care lo stesso giorno: una morta all’improvviso, l’altra si è spenta piano, piano dandoci la possibilità di assistere lentamente alla creazione del vuoto da lei lasciato. Non si è mai preparati in entrambi i casi, la morte è violenta sempre e comunque. La morte ti lascia senza parole. Non è la morte in sé, è la perdita, il vuoto, la mancanza. Ecco io quella mancanza la voglio riempire di ricordi, di immagini, di profumi, di suoni. Scelgo di tenere solo i ricordi belli e di buttare quasi tutti gli altri. Voglio tenere solo quel tanto che basta di brutti ricordi per potermi ricordare della sofferenza che mi ha fatto crescere e maturare. Anche i ricordi brutti servono. Le esperienze dolorose ci formano e ci fanno scegliere una strada piuttosto che un’altra. Ho deciso di tenerne un pò, giusto per non sbagliare.

Non ci siamo visti per anni eppure la perdita di una persona in particolare mi ha lacerato. Ho sempre saputo che, se fosse accaduto, sarebbe stato doloroso ma non si è mai pronti. Dopo la malattia ho iniziato a pensare solo alla mia morte e ciò che occupava la mia mente era solo il pensiero di lasciare “tutto a posto”, di chiarirmi con le persone, di lasciare un ricordo positivo. Mi preoccupavo di trasmettere qualcosa, di tirare fuori quello che avevo dentro per darlo agli altri. Il senso era questo, non c’era altro significato, la vita era questo e basta. Ora gli eventi traumatici, che ancora una volta hanno toccato la mia vita, mi hanno costretto a riflettere. Pensavo di avere imparato qualcosa, pensavo che la malattia mi avesse rinforzato, invece, ora mi rendo conto che la strada verso la consapevolezza e la maturità è ancora lunga e impervia.

Vorrei dare un senso al vuoto, un senso alla perdita, lo sto cercando disperatamente ma non arriva. Nessun segno che faccia chiarezza, nessun lampo di luce, eppure mi aspetto, e mi aspetterò per sempre, un segno dalle persone che mi hanno lasciato. Mi reputo agnostica, non atea, e sento, e credo, che ci sia qualcosa o qualcuno che non vediamo ma che sorregge e coordina il mondo e l’universo. Non sono un’invasata ma non credo proprio che sia tutto qua. Come sosteneva Kant (filosofo molto odiato durante l’adolescenza ma riscoperto e molto apprezzato da studentessa universitaria) possiamo conoscere con certezza solo ciò che c’è “al di qua” del limite ma non ciò che c’è “oltre” questo limite. Non bisogna rimanere ottusamente all’interno del limite, è giusto e umano spingerci oltre, guardare oltre, porci delle domande rispetto a ciò che non possiamo conoscere con gli strumenti dell’intelletto, ma dobbiamo stare attenti a rimanere saldamente ancorati alla “roccia della critica”. E’ geniale! Significa che non possiamo sapere cosa ci sia dopo la morte (perché la domanda sull’esistenza di dio è strettamente collegata alla morte. Credere in un dio creatore dell’universo significa avere speranza di una vita ultraterrena o, perlomeno, significa dare senso alla vita e accettare meglio la morte) ma sappiamo che è umano cercare un senso ulteriore, che è umano chiedersi se ci sia qualcosa dopo la morte, che è umano cercare i nostri cari anche dopo che ci hanno lasciato. Non vuol dire che è solo un’illusione che ci creiamo per rendere la vita sopportabile e per rendere la mancanza dei cari meno dolorosa. E’ un modo per dire che noi siamo spinti a guardare oltre l’abisso, e che non potremo mai sapere cosa c’è dopo la vita nello stesso modo in cui dimostriamo che 2+2=4, ma che questo non significa che dopo la morte non ci sia nulla. Significa solo che non è nelle nostre capacità conoscere la risposta a queste domande ma non vuol dire che non possiamo avere una concreta speranza che i nostri amati siano in un posto migliore e che noi stessi, probabilmente, andremo in questo posto migliore.

 

Credo di essere stata abbastanza prolissa e noiosa….e anche questo articolo ha la sua conclusione: NON SMETTERE MAI DI SPERARE. LA SPERANZA DA SENSO AL NOSTRO VIVERE E PUò CAMBIARE RADICALMENTE LA QUALITà DELLA NOSTRA ESISTENZA.

 

 

 

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