La mia prima chemioterapia

La prima chemio è un po’ come il primo giorno di scuola o il primo giorno di un nuovo lavoro. Comunque vada, non si dimentica ed è preceduta da momenti di ansia e agitazione.

Quella cosa, sentita nominare per caso in qualche circostanza che aveva colpito il mio immaginario e  mi faceva rizzare le orecchie, stava capitando proprio a me. Era arrivato il giorno della prima chemioterapia.

Che parolona: chemioterapia. Solo dirlo mi faceva rabbrividire!

Non ero triste. Mi ero armata, nel corso dei giorni precedenti, documentandomi e – soprattutto – convincendomi che non sarebbe stato un percorso, poi, così difficile , se lo avessi affrontato con ottimismo e serenità.  Inoltre ero curiosa – sembrerà strano, me ne rendo conto –  e volevo capire cosa mi sarebbe accaduto; volevo vedere se sarebbe stato come nei film; se avrei vomitato e non mi sarei retta in piedi; se avrei perso subito tutti i capelli o solo un po’ alla volta. Mi chiedevo: “cosa significa perdere i capelli?” “come sarà?”, ma, soprattutto “quando capiterà?”, “come reagirò?”, “come mi sentirò?”

 

Mi sembrava di avere, ormai superato la fase della diagnosi e pensavo di avere già metabolizzato la malattia e il significato che avrebbe assunto nella mia vita. Invece non sapevo nulla. Solo oggi, a distanza di 6 anni, riesco a considerare la malattia e il mio rapporto con essa con lucidità. Sto per scrivere una cosa che potrà fare inorridire, ma non fraintendetemi… La verità è che in quel momento tutte le mie energie erano concentrate su di me e sulla chemioterapia,  tutto il resto non esisteva più. Zero problemi, zero ansie, zero pensieri.  Stavo quasi meglio allora di oggi.

Con questa provocazione non voglio dire che la chemio faccia stare bene o che vada presa “alla leggera”; tutt’altro! Vorrei cercare di fare capire lo stato d’animo che mi ha accompagnato in quel periodo della mia vita. Non so spiegare razionalmente cosa abbia scatenato in me quella sorta di pace interiore, di calma dell’anima. Non so cosa mi sia accaduto esattamente, ma so che non ho più pianto; che, improvvisamente, tutte le preoccupazioni che avevo sul futuro, sul lavoro, sui soldi… non esistevano più. Stavo bene perché Vivevo il momento.  Programmavo la mia giornata a piccole tappe e, cosa più importante, non pretendevo nulla da me stessa. Non so se capiti a tutti la stessa cosa e non voglio assolutamente generalizzare la mia esperienza.  E’ inspiegabile, lo so, ma fu allora che iniziai ad essere veramente una persona ottimista.

Il programma terapeutico  prevedeva  da 4 a 6 cicli di chemioterapia neoadiuvante[1].  Questa parolona, imparata allora, significava – nel mio caso – che avrei dovuto sottopormi alle cure chemioterapiche prima dell’intervento al seno visto che il mio tumore era multiplo e il nodulo più grande superava i  3,5 cm.   I chirurghi, in accordo con l’oncologo, avevano deciso di sottopormi a chemioterapia per ridurre la massa di cellule impazzite che si divertiva a scombussolare la mia vita così, all’improvviso.  Mi dissero che probabilmente sarebbero bastati già 4 cicli di chemio per ridurre il volume della neoplasia e consentire ai chirurghi di operarmi.  Aggiunse, anche, che dopo la quarta infusione avrebbe deciso se sottopormi o no agli altri due cicli.  In cuor mio capii subito che tutto dipendeva dall’aggressività del cancro, dall’efficacia della terapia ma anche dalla capacità del mio corpo di resistere agli effetti collaterali delle cure. Avevo calcolato che la terapia neoadiuvante sarebbe potuta durare dai 5 ai 6 mesi a seconda non solo della risposta del tumore e dell’efficacia della chemio ma anche dalla capacità del mio corpo di reagire e resistere agli effetti collaterali che la cura mi avrebbe causato. Ricordai, allora, quando all’università  avevo studiato il significato della parola farmacon[2]  che significa veleno e antidoto al contempo. Tutto ciò che cura, allo stesso tempo, fa anche male. Fu quasi un’illuminazione: la malattia mi aveva già impartito la sua prima lezione! E compresi che non avrei potuto decidere quale sarebbe stato il comportamento del tumore che stava aggredendo il mio corpo; non avrei potuto sapere se le cure sarebbero state efficaci e se la scienza mi avrebbe tradito o avrebbe funzionato; ma capii che avrei sicuramente potuto gestire gli effetti collaterali delle cure. Non avevo alternativa: il tumore era lì, vivo, reale; e non dovevo combatterlo ma accettarlo. Non dovevo usare le mie energie arrabbiandomi o imprecando contro la vita e inneggiando giustizia… Quello che dovevo fare era impegnarmi, a tutti i costi,  per uscire indenne da quella situazione.

Step by step”.

Era questo il mio motto e credo sia il motto di tutte le donne che hanno affrontato la mia stessa malattia.

Mi dissi: “cosa saranno mai 6 mesi davanti a tutta l’esistenza?”

 

Fu con questo spirito che iniziai le cure.

 

Vorrei chiuderla qua e scrivere: “tutto il resto è storia”. Ma non è così per cui, mettetevi comodi!

La chemioterapia ha segnato così in profondità la mia vita che vale la pena descrivere sia gli stati d’animo che i cambiamenti del corpo con  molta accuratezza.

Il giorno della prima infusione arrivai presto in ospedale. Ero curiosa di capire come sarebbe stato ed ero, tutto sommato, abbastanza tranquilla. Avevo, anche, dormito bene la notte prima.  L’obiettivo era: arrivare a sera.

Pensavo al divano, al mio telefilm preferito…  Può apparire frivolo e banale, ma quel pensiero mi dava pace ed io desideravo solo cose belle, solo pensieri sereni, placidi, leggeri.

Feci la coda per fare il prelievo dal sangue. Imparai quel giorno che prima di ogni chemioterapia è necessario fare un prelievo. Infatti è in base all’emocromo  che l’oncologo dà il suo OK  all’infusione. Se i leucociti sono bassi, si salta la seduta. E i tempi si allungano…L’abbassamento dei globuli bianchi è tra gli effetti collaterali più comuni della chemio. Noi tutti sappiamo quanto indebolito possa essere il corpo di una persona che si sottopone a chemioterapia  ed è questo il motivo per cui i medici sconsigliano la frequentazione di luoghi affollati che potrebbero aumentare il rischio di contrarre virus o malattie. Niente vita sociale, supermercati, parchi affollati, bar, ristoranti, cinema…(anche se non è esattamente quello che feci io durante le cure).

Non ebbi il coraggio, quel giorno, di sfruttare la corsia preferenziale per i malati più gravi a cui la mia 0483  dava diritto e feci la coda “normale” rispettando il mio turno d’arrivo. Chiunque può immaginare quanta gente possa esserci alle 8 del mattino in ospedale  per fare i prelievi del sangue. Tuttavia  a me sembrava un abuso; non volevo essere diversa dagli altri. Solo durante gli ultimi cicli di chemio sfruttai la corsia preferenziale. Finché sono stata in grado di stare in piedi ad attendere come tutti gli altri lo feci. E’ anche questo un modo di affrontare il cancro.

A partire dalla terza chemio iniziai a sentirmi senza forze e alzai bandiera bianca. Capitolai e non mi rimase che sfruttare la famosa corsia preferenziale.

Solo ora capisco quanto sia stupido sforzarsi a tutti i costi di dimostrare agli altri che si sta bene, di non mostrare la propria debolezza fisica e psicologica.  D’altronde è un errore che, io personalmente, continuo a commettere ancora oggi. Credo faccia parte del mio carattere volere a tutti i costi  apparire forte e piena di vita ma credo, anche, che sia un comportamento comune a molte persone malate. Perché chi è malato non vorrebbe esserlo e non vorrebbe avere una corsia preferenziale; non vorrebbe mai doverla usare. Usarla è un po’ come ammettere che non ce la si fa, che mancano le forze, che si è deboli, che si è fragili… la  sensazione è quella di essere” vinti”, di essere assoggettati dalla malattia, di essere totalmente passivi…..

3 Esenzione ticket e … specificare

 

 

Forse è stato  proprio questo atteggiamento  ad avermi salvato; anche se sarebbe più giusto distinguere tra ” la volontà di essere forti” e “il desiderio di apparire forti”.  Essere forti è positivo.  E’ ciò che ci aiuta a combattere; ma volere, a tutti i costi, apparire forti …è soltanto stupido. Innanzitutto perché la debolezza non è qualcosa da nascondere, anzi, mostrare la propria può essere un enorme atto di coraggio.

Il mio appello a chiunque stia facendo  delle terapie in questo momento è: “Sii forte per te stesso.  Meriti tutta la forza del mondo e dentro di te hai una fonte inesauribile di risorse che non pensi di avere. Se, però, senti di essere debole e di non farcela,  lasciati andare, appoggiati agli altri, sfrutta i tuoi diritti perché, se tiri troppo la corda si spezza, e hai il dovere morale di curare il tuo corpo già torturato dal tumore e dalle cure”.

 

Dopo il prelievo,  andai in oncologia. Altra parolona con cui dovevo ancora prendere dimestichezza….La sala d’aspetto era molto affollata. Cercai con lo sguardo un alleato, una donna alle prime armi come me con la quale sentirmi in sintonia e condividere il peso della prima volta, il peso della malattia, ma c’erano solo anziani e per lo più uomini. Fu così che iniziarono  il mio “silenzio” e l’attesa. Un silenzio e un’attesa che accompagnarono tutti i cicli successivi.

Imparai il valore dell’attesa, imparai ad aspettare  scrutando volti di anziani magri dagli occhi lucidi e rassegnati ma carichi di dolcezza. Ricordo bene, in particolare, un signore che trovai spesso anche nel corso dei mesi successivi. Stava per ore a guardare il vuoto seduto sulla poltrona, attaccato alla flebo. Era magro e si rimpiccioliva sempre più, quasi volesse comunicare il suo desiderio di scomparire dal mondo,  di essere lasciato in pace. Non so se sia così in tutti gli ospedali ma io ho sempre aspettato molto per fare la chemioterapia. Prelievo alle 8 di mattina, colazione, attesa. Attesa; attesa…chiamata. Infusione. Attesa che il medicinale entrasse nelle mie vene. Attesa, attesa, attesa…fino alle 17, ora in cui ero finalmente potevo partire per tornare a  casa. C’erano giorni in cui aspettavo meno, altri in cui aspettavo di più. Se qualcuno mi chiedesse, oggi, che cosa facevo durante tutte queste attese  non saprei rispondere. Quello che ricordo sono solo sale d’aspetto affollate, la presenza silenziosa, a turno, di un mio familiare e, soprattutto, il mio silenzio. Non era un silenzio triste, cupo. Ero sempre sorridente, pacata, gentile e mi sentivo in pace, ma quello che meglio descrive queslla fase è “silenzio”. Non si tratta solo di non parlare, non è che me ne stavo zitta tutto il tempo a guardare il vuoto, anzi. Ero reattiva e osservavo. Osservavo e pensavo. A volte chiacchieravo con qualcuno: infermieri, pazienti, i miei familiari…Quello che sentivo era  silenzio dentro di me.  Un silenzio ricco, intenso, carico di significato; un silenzio fatto di osservazione, di ascolto, di interiorizzazione, di solitudine e di muta condivisione, di rassegnazione, di determinazione, di giubilo e di disperazione, di fatalismo e di opposizione. Il mio silenzio era Vita. Era assaporare l’attimo, il momento. Era pieno abbandono all’istante vissuto. Era presenza lì, in quel preciso momento, nel mondo; era appropriarmi del mio spazio all’interno del tutto, nel mio silenzio.

Sono sempre stata una divoratrice di libri ma, in quel periodo non ho letto molto, anzi direi che non ho letto nulla. Probabilmente mi ero presa una pausa anche dai miei amati libri, dalla filosofia. Non ero triste. Ero tranquilla. Non lo sentivo come un vuoto, ero “piena” del mio silenzio. Era il mio carico e sapevo che nessuno avrebbe potuto aiutarmi fino in fondo a superare quel momento, dovevo farcela da sola, perduta nei miei pensieri.

Dopo l’attesa chiamarono il mio numero ed entrai nello studio dell’oncologo. Era, ed è tuttora, il primario del reparto di un piccolo ospedale in un paese limitrofo a Padova ed è conosciuto come un vero e proprio ”luminare”, soprattutto per quanto riguarda il “tumore al seno”.

Aveva così tanti pazienti che, per gestirli più velocemente, lavorava in due studi contemporaneamente, come si fa dal dentista.  Le infermiere facevano accomodare un paziente in uno studio con la sua cartella clinica e gli esami del sangue sulla scrivania, mentre in un  secondo studio lui stava già (o meglio, ancora) visitando un’altra persona. In questo modo guadagnava minuti preziosi.  Mi fa sorridere il fatto che  un medico che ha l’obiettivo di  curare i tumori si ritrovi  a dover gestire il “tempo” da più punti di vista. Il suo obiettivo è quello di allungare la vita dei suoi pazienti, ma per farlo si trova a recuperare i minuti, i secondi e, di fatto, il paziente vive di lunghe, lunghissime attese. Si vive di lunghe attese pur di allungare anche solo un pochino la propria vita. Ho visto persone attaccarsi alla chemioterapia quasi come fosse una persona da amare.  C’era chi sapeva benissimo che la chemio gli stava permettendo di allungare la propria vita anche solo di qualche mese. Mica tutti, come me,  facevano la chemio in vista di un futuro migliore! C’era chi si aggrappava alla chemioterapia come l’ultima speranza di passare ancora del tempo (pochissimo) coi propri cari nonostante gli effetti collaterali presentassero un conto sempre più pesante. Più cicli di chemio fai più sei debilitato ma sei anche sereno perché sai che stai facendo qualcosa per combattere il tumore pur nella consapevolezza che presto perderai la guerra. L’importante è solo posticipare il più possibile la fine dei combattimenti.  Provo una reverenza indescrivibile e innominabile verso quelle vite appese davvero ad un filo….quel filo era la cannetta della flebo che lentamente faceva entrare nel corpo quei liquidi “intoccabili” a mani nude (solo una goccia potrebbe bruciare la pelle).Io stavo lottando per il mio futuro e, anche se il tumore era avanzato localmente, sapevo benissimo che avevo delle possibilità di farcela. Sapevo che avrei potuto sognare un futuro. Temevo di non farcela ma c’erano delle probabilità statistiche di vincere la guerra e questo cambiava le cose.  Guardavo quelle persone cercando di mettermi nei loro panni. Non tutti scelgono di fare le terapie per allungare la vita anche solo di un mese o due. C’è chi sceglie di restare meno tempo accanto ai propri cari ma sceglie di farlo con qualche energia in più. Sono scelte e io non giudico. Ognuno decide cosa è meglio per sé. Il tempo è ingannatore…ne vorremmo di più ma spesso non sappiamo gestire bene nemmeno quello che abbiamo a disposizione. Io, ad esempio, avrei potuto investire tutto quel tempo studiando, leggendo, imparando una lingua…invece cosa ho fatto? Ho pensato e ho conosciuto il silenzio. Pigrizia? No, non direi; piuttosto  il mio personalissimo modo di elaborare la malattia e di assaporare, per la prima volta, il  valore dell’attesa, il significato della riflessione.

L’oncologo era un ometto dolce, con la schiena ricurva. Era un vero stakanovista, voleva seguire direttamente ogni suo paziente e aveva uno sguardo talmente rassicurante da pensare che mai sarebbe potuto accadere qualcosa di brutto, di irreparabile. Ero quasi felice di vederlo, di conoscerlo. Mi infondeva tranquillità e serenità. Era un uomo di poche parole e io pure per cui la nostra comunicazione era sempre ridotta al minimo.  Ricordo lunghi silenzi in cui lui scriveva a penna nella mia cartella, completamente assorto, concentrato. I suoi occhi erano vispi e curiosi. Ancora oggi, pensando a lui, provo stima, affetto, ammirazione.  Purtroppo non è più il mio oncologo per motivi che non riguardano la sua professionalità ma per altre cause che emergeranno più avanti.

Quando lo vidi la prima volta mi chiese: “mah. cos’hai combinato?”. Gli ho voluto bene da subito, ho provato tenerezza e affetto e mi sono fidata di lui ciecamente.

Dopo quasi tre ore di attesa chiamarono il mio nome: era giunto il momento.

I miei familiari, mia mamma e il mio compagno, aspettarono fuori. Probabilmente, andarono a mangiare qualcosa perché i tempi erano lunghi: l’infusione sarebbe durata tre ore.

L’oncologo mi visitò palpando attentamente il nodulo. Osservò il referto delle analisi del sangue e, dopo aver constatato che ero nelle condizioni fisiche giuste per fare la chemio, mi affidò ad un’infermiera.  Lei mi chiese di seguirla.  Vidi per la prima volta la famigerata stanza della chemio: un salone grande con la televisione e tante sedie; per ognuna un carrello della flebo. Tutto  essenziale. Un po’ spoglia ma con grandi finestre che permettevano di guardare la città dall’alto; mi piacevano.

Quello che accadde fu molto semplice: mi sedetti comoda, l’infermiera mi spiegò gli effetti collaterali che avrei potuto avere i giorni successivi e mi diede un foglio con alcune indicazioni riguardo all’alimentazione consigliata perché, a causa della nausea, avrei potuto rifiutare il cibo. L’intento era quello di impedire che dimagrissi perché affrontare le cure richiedeva molta energia. In quel foglio erano consigliati soprattutto cibi molto sostanziosi e grassi, ad esempio, era consigliato l’uso della panna da cucina. Ognuno ha la propria storia, c’è chi ingrassa molto durante le terapie, ma io ero molto magra: pesavo 43 kg.

Mi diede anche tre pastiglie di un potente farmaco che avrei dovuto assumere a casa qualora la nausea fosse stata troppo forte. Quel farmaco, di cui ricordo molto bene il nome ancora oggi, è stato fondamentale per gestire le potenti nausee che ho avuto dopo ogni infusione di chemio.

Gli effetti collaterali principali della chemioterapia sono: nausea, vomito, stanchezza, dolori a ossa e muscoli, diminuzione dei globuli bianchi, ulcere nella cavità orale, candida, annerimento e perdita delle unghie,  perdita di capelli e peli incluse ciglia e sopracciglia. E questi sono solo gli effetti più immediati…

Per i capelli mi dissero che stavano sperimentando una cuffia da indossare durante l’infusione. Era una cuffia gelata e quel giorno l’ho tenuta in testa per tutta la durata della flebo . Avrebbe potuto rallentare la perdita dei capelli ma senza garanzie. Ancora oggi la usano in molti ospedali e in alcuni casi funziona4.

Non saprei dire cosa feci durante quelle tre ore. I familiari non potevano restare là perché altrimenti avrebbe potuto esserci troppo affollamento, anche se in alcuni ospedali è ammessa la presenza di un accompagnatore per paziente ma non era il mio caso. Eravamo tutti seduti su quelle sedie e alcuni, come me, avevano quella ridicola cuffia in testa. Sapevo che era per il mio bene. Era un tentativo di evitare la totale caduta dei capelli ma fu la prima e ultima volta che usai quella cuffia. In primis mi fece venire un mal di testa fortissimo. E’ come tenere la testa immersa nell’ acqua ghiacciata per tre ore. Decisi, così, che dei capelli non me ne fregava nulla e che preferivo evitare il mal di testa (altro piccolo insegnamento di vita: la salute vale più dell’estetica!). Si può essere bellissimi ma se non si sta bene, se non ci si sente bene… la bellezza è totalmente inutile.

Prima mi fecero una flebo di antistaminico  che sarebbe servita ad evitare arrossamenti cutanei e altri disagi causati dalla chemio, poi partì la cosiddetta “chemio rossa”, l’epirubicina.  Era  una sacca di liquido rossastro avvolto nella carta stagnola la cui infusione deve essere seguita attentamente perché la fuoriuscita dalla vena nel braccio può comprometterne l’uso. Durò un’oretta, più o meno, e poi presero una sacca contenente un liquido chiaro, il taxolo. Quello durò quasi due ore. Quella fu la più lunga  delle mie sedute  perché l’infusione era lenta, goccia a goccia per verificare la tollerabilità del mio corpo. Una signora diventò tutta rossa e dovettero chiamare il medico e sospendere tutto. Prendemmo tutti molta paura.

Ricordo che assunsi come rituale portafortuna di  inviare ogni volta, poco prima dell’infusione, un messaggio al mio migliore amico. Scherzavamo…spesso gli scrivevo: “sto per iniziare la chemio, spero di non lasciarci le scorze…”. Eravamo ironici, a nostro modo. Se qualcuno avesse letto i  nostri messaggi, non credo li avrebbe capiti. Quell’amico ora è il mio compagno. La vita a volte è strana e sorprendente.  In quel momento, mentre la famosa e temuta chemioterapia scorreva nelle mie vene non mi sarei mai immaginata che un giorno lui sarebbe diventato mio compagno di vita e che mi sarebbe sempre stato vicino. Nonostante tutto. Nonostante incomprensioni e distanze, nonostante la diversità delle nostre vite e dei nostri pensieri, lui c’è sempre stato. Forse è vero che gli opposti si attraggono. Io cocciuta e permalosa ma allegra e desiderosa di vita, di nuove avventure e scoperte, desiderosa di dare un senso  ad ogni cosa. Ogni giorno aveva un valore. Mi buttavo a capofitto su qualsiasi cosa, ogni giorno avevo una nuova idea, una nuova passione…Lui più razionale, coi piedi per terra e timoroso dei cambiamenti. Mi faceva arrabbiare per questo ma ero, anche, consapevole che questo lato del suo carattere mi dava quella stabilità che io non avevo. Viceversa, anche se non lo ammetterà mai, io e la mia malattia gli abbiamo dato il coraggio di fare qualcosa di diverso: legarsi ad una persona. L’amore non da certezze e concedersi ad esso significa lasciare le proprie sicurezze, significa rischiare ed esporsi. Credo l’abbia fatto per me. Ancora non so se si sia pentito di questa scelta ma quello è un altro discorso e riguarda solo lui.

Così diversi ma così vicini…Poi, a forza di stare vicini, siamo cambiati. I pregi e i difetti dell’uno e dell’altro si sono mescolati insieme ed entrambi, ora,  siamo due persone diverse, più ricche.

Quanto terminai e mi alzai dalla poltrona  stavo bene. Uscii dalla stanza delle chemio e andai incontro a mia mamma. Cercavo di sorridere perché leggevo nei suoi occhi e comprendevo i suoi pensieri. Avrebbe voluto esserci lei su quella sedia, avrebbe voluto avere lei quei liquidi dentro le vene.

Tornai a casa, serena e allegra: avevo superato la prima chemio ed ero al settimo cielo. Il mio (ex) compagno doveva andare al lavoro e io dovetti fare di tutto pur di convincere mia mamma, molto provata, ad andare a casa. Avevamo fatto 20 km in macchina e lei ne aveva davanti altri 60 prima di arrivare a casa sua. Era molto titubante, forse pensava che io fingessi di stare bene ma la verità è che ero davvero felice e non stavo affatto male. Era venerdì.

Il lunedì sera ero  a casa da sola e arrivò la botta: iniziarono i malesseri, la nausea, il sapore di ferro in bocca, un malessere generale (lezione n° 2: gli effetti della chemio non si avvertono subito ma dopo un paio di giorni dall’infusione). Nonostante ciò stavo bene. Mi ero fatta un’idea così devastante della chemio che riuscii ad affrontare quel primo ciclo come se niente fosse. Sarebbero trascorse tre settimane prima del secondo appuntamento…  ma quando ci sarebbe voluto prima di iniziare a perdere i capelli?

L’oncologo mi disse che avrei iniziato a perdere i capelli dopo tre settimane (o 18 giorni) e così fu. Mi avevano consigliato di tagliare “a rate” i capelli dato che li avevo molto lunghi,  in modo tale da abituarmi psicologicamente. E così feci: prima li tagliai a caschetto e, una settimana dopo, li tagliai corti finché il 21esimo giorno iniziarono a rimanermi in mano ciocche intere.

E’ inspiegabile. Se non lo avessi provato non capirei, quindi è molto difficile trasmettere quello che si prova. Bisogna viverlo… Non è come perdere i capelli normalmente, tutti ne perdiamo. Ma quando fai la chemio li ritrovi in mano a ciocche, di colpo, senza preavviso.

Ricordo che quando capitò a me, ero con un caro amico a fare un giro sui colli padovani. Era una giornata di sole e ci sedemmo sul prato. Eravamo felici. Io mi toccai i capelli e mi accorsi che mi restavano in mano: erano morti. La sensazione che ebbi fu quella di Morte. Non ero triste e nemmeno dispiaciuta. Forse avevo chiuso anima e cuore, non so. Forse ero preparata al peggio, ma non posso dire che ero triste e disperata perché non è così. Ero solo pronta ad affrontare una battaglia ed ero risoluta a non farmi piegare né dal tumore né dalle cure. Non mi sarei piegata, il cancro non avrebbe avuto la mia tristezza. Poteva pure tenersi i capelli. La nausea l’avrei accettata,  ma la mia tristezza non l’avrebbe avuta e nemmeno le mie lacrime.

Mi godetti quella giornata sui colli con una persona cara. Ci distendemmo sull’erba verde guardando le nuvole spostarsi grazie al vento. Ero serena. Sorridevo. Ero al sicuro. Niente avrebbe potuto farmi male perché, finalmente, ero davvero felice. Avevo capito, già, il segreto della mia felicità: non affannarsi a pensare al futuro, non affannarsi per cercare di piacere agli altri, stare con le persone amate e che ci amano e fare il più possibile quello che ci piace.

[1] E’ possibile consultare il significato specifico del termine in numerosi siti accreditati…….

Trattamenti neoadiuvanti vengono applicati nei casi in cui le dimensioni del tumore sono superiori a 2,5/3 cm ma, anche,  nei casi in cui l’obiettivo è evitare di sottoporre la paziente ad interventi radicali come la mastectomia a favore di interventi chirurgici conservativi.

[2] Dal greco farmacon……

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