Matrimonio…

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Che titolo banale! Innanzitutto non sarò io a sposarmi ma il mio ex compagno. Non scriverò il suo nome per tutelare la sua privacy.

Non volevo toccare questi argomenti intimi e delicati ma ho pensato al momento in cui ho iniziato a creare questo blog. Era nato tutto spontaneamente, parola dopo parola, e più scrivevo, più mi sentivo leggera.

Ho sempre paura di superare la linea di demarcazione tra vita sui social e vita privata.

Lo ammetto: i social mi fanno molta paura. Quello che pubblichiamo sui social non è sempre reale. Noi tutti scegliamo cosa pubblicare e quando. Scegliamo cosa vogliamo che gli altri sappiano di noi e cosa vogliamo tenere nascosto, custodito dentro di noi.

Nei social, forse, pubblichiamo la vita che vorremmo, come vorremmo essere, come desideriamo che gli altri ci vedano.

Questo è un blog. È nato spontaneamente. Non è stata una decisione presa a tavolino. È nato dai miei pensieri e dalle mie dita che scorrevano sulla tastiera. È nato da me ma è altro da me. La prima volta ho cliccato il tasto “pubblica” con molta paura. Temevo che non avrei potuto tornare indietro perché quello che avevo scritto era quello che sentivo davvero, nel bene e nel male. Da se stessi non si scappa. Se avessi finto almeno un po’ sarebbe stato molto più semplice. Tuttavia non è propriamente un social per me. Non lo so nemmeno gestire bene dal punto di vista della visibilità perché non è quello che mi interessa. La vita non è sempre bella e spero che chi ora è chiuso in se stesso possa vedere uno spiraglio di luce. Non si tratta di mettere in mostra la mia vita, anche perché c’è molto poco da mettere in mostra.

Voglio solo essere sincera. Temo molto quest’epoca moderna e temo i social per i motivi che ho già elencato ma non voglio rinunciare a questo blog, voglio tenere acceso quello spiraglio di luce, voglio che chi si sente solo e smarrito si senta libero di scrivermi, di contattarmi.

La mia vita è comune, la mia malattia è solo capitata troppo presto e mi ha cambiato più di quello che pensassi. Mi ha tolto la possibilità di vivere in modo spensierato gli anni della mia giovinezza. Nonostante ciò non ho nulla di speciale.

In questo blog vorrei essere pura, non costruita e vorrei essere onesta con me stessa e col lettore. Vorrei eliminare la possibilità che qualcuno si senta preso in causa in prima persona e pensi che ci sia una correlazione tra sé e ciò che scrivo. Vorrei evitare cautamente questo inconveniente.

Ciò che è accaduto, il cancro, non è capitato a me e basta, io non sono l’unica ad avere avuto un tumore, una malattia in genere o, una difficoltà. Chiunque ha sperimentato sulla propria pelle quanto la vita, talvolta, possa essere dura. Io non sono speciale. Sono una persona comune, normale. Sono certa di non essere la sola ad avere provato determinate emozioni e spero tanto che chiunque senta ciò che ho sentito io possa sentirsi nel profondo meno solo, possa capire che non è tutto perso, che non si è senza via d’uscita.

Fatte queste premesse arrivo veloce al nocciolo della questione: il mio ex compagno si sposa.

Sto scrivendo questo perché sono felice per lui.

Quando mi ammalai convivevamo. Eravamo giovani e alla disperata ricerca di un posto nel mondo, alla ricerca di serenità. Mi è rimasto accanto per quasi tutto l’anno di cure a partire dalla diagnosi, poi la chemio, l’intervento di mastectomia, ancora chemio. Dopo l’ultima infusione di chemio, e pochi giorni prima di iniziare la radioterapia, non appena mi sono ripresa dagli effetti collaterali imminenti, lui mi ha lasciato. Non mi interessa scrivere i particolari. Voglio solo portare alla luce questa esperienza.

È stata dura. Inutile negarlo. È stata durissima. Il mondo mi è crollato addosso per la seconda volta. Tutta la mia vita e le mie uniche certezze si sono sbriciolate e io non potevo fare altro che osservare impotente.

È stato un bel colpo ma ora, dopo 6 anni, io lo capisco.

Non mi amava più. Le storie finiscono, l’amore può finire. Non è un dramma. Io all’epoca, però, ne feci un dramma. Mi disperai così tanto da desiderare di non curarmi più. Sapevo quanto avrei rischiato interrompendo le cure…non si scherza col tumore e il mio era già avanzato: era arrivato ai linfonodi di entrambe le ascelle e aveva raggiunto anche la cute. Era una corsa contro il tempo e non potevo abbandonare tutto, sarebbe stato un terno al lotto.

Non avevo capito fino in fondo il motivo per cui mi fosse rimasto vicino per le cure se non mi amava più già da un anno. Ora ho capito anche questo. Non voleva lasciarmi in un momento così difficile e ha provato con tutte le sue forze a stare con me ma non si può stare con una persona che non si ama più. Non c’è convinzione che tenga contro i sentimenti.

Chiunque direbbe che è stato uno stronzo ma io, a onor del vero, so che non è così.

Capita a tutti di non essere più innamorati, d’altronde stavamo cercando entrambi la nostra strada, il nostro posto nel mondo. Io stessa desideravo un’altra vita. È stata dura. Ci sono voluti 6 anni per dare un senso al dolore che ho provato quando mi ha lasciato, per dare uno sfogo alla rabbia, per riempire la solitudine.

Potrei scrivere pagine e pagine su questo ma ho poco tempo…

Ora si sposa e sono felice per lui. So che la cicatrice non ce l’ho solo io, so che anche lui ha la sua cicatrice. Il dolore non era solo mio. Il dolore non è stato solo mio. Non so cosa si provi ad osservare impotenti qualcuno a cui si è molto legati affrontare la malattia, le cure, gli interventi. Quando ci penso sono felice che sia capitato a me e non ad una persona che amo. Mi rivolgo a chi, come me, ha avuto o ha il cancro: la sofferenza non è solo nostra. Chi ci sta vicino non è libero di esprimere il dolore perché deve sorreggerci, aiutarci ad andare avanti ogni giorno. Anche loro, però, hanno una vita e non è giusto che siano trascinate nel nostro mondo fatto di chemio, di nausea, di sabato sera sul divano. Forse hanno bisogno di aria, forse  a volte vorrebbero solo correre lontano da noi. Non è assurdo, tutt’altro.

Ho sempre idealizzato molto l’amore e per me l’immagine del nostro sentimento puro e incondizionato era questa: lui: eravamo in ospedale nel reparto di oncologia e lei era seduta sulla poltroncina della chemio. Il sole stava tramontando e la stanza era vuota. Silenzio assoluto. Era là, piccola e indifesa, col suo berrettino e lo sguardo in un altrove che mi era precluso. L’ago sul braccio, la flebo, un liquido rossastro avvolto nella carta stagnola che goccia dopo goccia, entrava nel suo corpo troppo giovane per essere là. Lei diceva sempre che non era troppo giovane: infatti le era capitato di vedere alcuni bambini, un giorno in cui aspettava di  fare la pet/tac, e non riusciva a spiegarsi perché il dio tanto invocato da molte persone avesse permesso che  soffrissero così tanto.  Le infermiere mi avevano fatto entrare. Spesso facevano degli strappi alle regole per quella ragazza così giovane e determinata ma, al contempo, molto fragile. Sembrava fatta di cristallo. Non alzava mai la voce, ringraziava sempre. Sopportava in silenzio cercando sempre un lato positivo ma a volte sembrava non avere altro interesse che il tumore e la sua lotta. Sembrava che non mi vedesse più, a volte. Il tumore l’aveva assorbita completamente. Nonostante ciò l’amavo ancora più di prima. Vederla così aveva solo rafforzato il mio sentimento. Mi sedetti accanto a lei, le accarezzai il viso e indossai la mia maschera più allegra. Era il momento di farle forza. Questo ed altro per lei perché l’amavo e sapevo che lei avrebbe fatto lo stesso per me. Non potevo non essere all’altezza del mio compito.

Lei: Quel giorno ero silenziosa, era la seconda chemio e mi sembrava non finisse più. Ero rimasta sola nella stanza e avevo gli auricolari ficcati dentro le orecchie. La musica a tenermi compagnia. Ad un certo punto avevo alzato gli occhi lucidi per verificare a che punto fosse la sacca della flebo e avevo notato una figura appoggiata allo stipite della porta. Vidi i suoi occhi brillare. Era lui. Era il mio compagno di vita. Mi strappò un sorriso. Si sedette accanto a me fino alla fine dell’infusione. Mi sembrò un tempo infinito. La sua visita mi aveva sollevato ma soffrivo perché stavo male, avevo dolori in tutto il corpo e non stavo bene in nessuna posizione. Non riuscivo ad ascoltarlo mentre parlava, non riuscivo a ridere per le sue battute. La testa era concentrata su un forte malessere che mi aveva colto all’improvviso. La prima chemio era andata bene e ora, invece, stavo male. Più i liquidi entravano nelle vene e scorrevano nel mio corpo più stavo male. Non ero in grado di stare con lui, di seguire i discorsi che stava facendo ma lo sentivo vicino. Lui ci sarebbe stato sempre. Questo contava. I dolori sarebbero passati e noi avremmo avuto i nostri momenti di gioia. Non fu così. Mai più”.

Questo episodio non è inventato. Era davvero la seconda chemio e rimasi da sola nella stanza così fecero entrare il mio compagno. Era rimasto accanto a me fino alla fine della chemio. I punti di vista espressi in questo racconto, invece, sono fittizi. Il filo conduttore della narrazione è l’amore così come lo consideravo all’epoca: amore incondizionato oltre le incomprensioni e oltre le differenze, oltre i punti di vista diversi. Ora considero quella situazione da un altro punto di vista: la vita reale non è fatta solo di sentimenti. L’ho capito troppo tardi ma l’ho capito. Credo sia impossibile vivere solo d’amore e a volte, ammettiamolo, è difficile. A volte voi accompagnatori, vi chiedete cosa ci fate là. È inutile fingere. A volte chi sta male in prima persona non si sente capito, si sente distante anni luce dal proprio compagno/compagna. Differenti sono i pensieri che attraversano due menti che si ritrovano a vivere una vita in comune ma diversa. A volte il dolore di chi sta a guardare è troppo grande e il senso di impotenza diventa smisurato e indomabile. Non succede nulla se vi prendete un pomeriggio di pausa per andare al mare, in montagna o dovunque vi piaccia andare. Non significa che non è amore, significa che siete umani anche voi. Dovreste porvi delle domande, invece, se il vostro desiderio di fuga persiste nel tempo. Inoltre dovreste riflettere sull’entità del vostro amore se vi accorgete che vi state allontanando, se non vi parlate più apertamente, se vi limitate a vivere sotto lo stesso tetto e a scambiarvi brevi informazioni riguardo tematiche quotidiane tipo “hai mangiato?”, cosa mangiamo?,  “dormito bene?”. Se la comunicazione non va oltre, secondo me, dovreste riflettere. Amarsi significa anche conoscere l’universo dell’altra persona, sapere cosa la fa soffrire, cosa la fa ridere, significa mettere da parte un po’ di sé per l’altro e farlo con piacere, senza pesi.

Ovviamente questo è il mio punto di vista, non è un assioma. Se una persona fugge sempre e non è in grado di supportarci significa o che non ci ama abbastanza, o che ha paura. Non esistono regole precise.

In amore, purtroppo, non sempre le nostre azioni e pensieri sono dettate dalla nostra parte razionale. l’amore coinvolge in primis la nostra parte emotiva, irrazionale, dionisiaca, ma possiamo pur sempre usare del sano buon senso per gestire la situazione.

 

Buona vita a te…a voi!

 

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